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Peccato e grazia
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Le tre fiere di Dante: il peccato nell'Antico e nel Nuovo Testamento, in Sant'Agostino e nella tradizione cristiano-cattolica. Relazione a cura degli allievi e del docente, preparata nell'ambito dell'Insegnamento della Religione Cattolica.
Chi volesse scaricare la relazione in forma di presentazione (ppt), clicchi qui.
Peccato e Grazia
Le tre fiere di Dante
Prima di dare inizio al suo viaggio attraverso l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso, Dante dice di avere smarrito la diritta via nella foresta della notte della sua anima. All’alba si ritrova ai piedi di una collina che simboleggia il peccato, l’ignoranza e la morte spirituale che stanno per impossessarsi di lui. Man mano che sale su per l’erto colle egli vede un leopardo in agguato, poi un feroce leone, e quindi una lupa affamata. C’è un crescendo di paura e di storia in queste tre bestie misteriose che appaiono all’improvviso.
Alla comparsa della lupa, Dante cambia percorso e si inoltra nella scura foresta. Ma ecco che c’è un’altra apparizione, quella del poeta romano Virgilio (70-19 a.C.), idolo letterario di Dante e suo modello di poesia. Virgilio spiega di essere stato inviato da Beatrice, il suo amore perduto, a riscattarlo dai pericoli dei peccati che potrebbero portarlo all’inferno. Ma Virgilio, che è un’anima nel Limbo dove vanno i pagani virtuosi dopo la morte, informa Dante che lui non potrà scappare dalla foresta salendo la collina. Gli dice che la lupa sul sentiero non lo farà passare vivo. Da dove provenivano quelle tre bestie? Da un punto di vista letterario, dalla Bibbia:
Per questo li azzanna il leone della foresta,
il lupo delle steppe ne fa scempio,
il leopardo sta in agguato vicino alle loro città,
quanti ne escono saranno sbranati;
perché si sono moltiplicati i loro peccati,
sono aumentate le loro ribellioni.
E’ il profeta Geremia che lancia la sua geremiade contro il corrotto regno di Giuda. Ma qual è il significato delle tre fiere nel poema di Dante? Molti studiosi ritengono che esse rappresentano i peccati della lussuria, orgoglio e avarizia, oppure i più gravi peccati della (i) incontinenza, la mancanza di controllo che porta alla lussuria, alla rabbia ed ingordigia; (ii) della violenza; e (iii) dell’inganno o malizia. Confrontare con Giovanni 1, 2:16 : “perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne (il leopardo), la concupiscenza degli occhi (la lupa) e la superbia della vita (il leone), non viene dal Padre, ma dal mondo”.
A causa di queste propensioni per il male che hanno tutti gli uomini, abbiamo bisogno della grazia divina per conquistare la salvezza eterna. Perciò, nella finzione del poema, Beatrice, simbolo della rivelata verità divina, manda Virgilio a guidare Dante attraverso l’Inferno, in maniera che egli possa vedere di persona i tremendi effetti del peccato sull’anima umana, e il Purgatorio, in modo da testimoniare il lungo, doloroso e laborioso percorso di pentimento dell’anima. Beatrice stessa apparirà poi a Dante in cima al monte Purgatorio e lo condurrà attraverso i dieci cieli del Paradiso in maniera da sperimentare le grandi gioie dei santi i quali sono riusciti a superare il peccato della caduta del nostro peccato e conquistare il fine al quale tutti gli esseri umani sono stati creati: la visione beatifica di Dio in pace perpetua che va oltre ogni comprensione.
Solo dopo di avere completato il viaggio cosmico, che si snoderà per ben 14.233 versi, Dante si meriterà la visione di Dio in Paradiso. Non ci sono scorciatoie per la salvezza. Come Dante, tutti gli esseri umani dovranno affrontare il viaggio di purificazione per mezzo della conoscenza invece di tentare di sgusciare attraverso le barriere simboleggiate dalle tre fiere che designano la nostra natura maligna.
Ma, Dante, fu tentato e assalito dalle tre fiere e dai mali che esse simboleggiano? Sappiamo dalle sue poesie che dopo la morte di Beatrice nel 1290 venne attratto da altre donne e, nel Purgatorio, al canto 27, si descrive mentre attraversa il muro di fuoco che è la punizione delle anime lussuriose che egli incontra in quel luogo. Per quanto poi concerne l’orgoglio, non ci fu mai un uomo più orgoglioso di lui, che si sarebbe vantato nel Paradiso di avere dato vita ad un partito formato da lui soltanto, poiché i suoi nemici politici a Firenze, e i suoi compagni di esilio, erano tutti alla stessa maniera squalificati. Circa poi l’avarizia, lui l’avrebbe negata e non se ne sarebbe ritenuto responsabile.
Non importa quali peccati simboleggiano esattamente le tre fiere del canto primo dell’Inferno, Dante riceve come contro bilanciamento l’intercessione di tre donne benedette. Virgilio lo informa di come la Vergine Maria abbia convocato Santa Lucia che appare a Beatrice, la quale a sua volta discende nel Limbo per mandare Virgilio in missione a salvare Dante in pericolo per la sua anima. Questa triplice catena di grazia da parte delle sante donne in cielo fa da contro altare alle tre fiere sul cammino di Dante. Secondo lui, Dio dà a tutti noi più di una possibilità di salvezza, se solo riusciamo a battere la bestia che è in noi.
Il Peccato
Nell'etica e nella religione, si parla di peccato come di un atto religiosamente illecito, una condotta considerata riprovevole o illecità, in contrasto con i principi e le norme morali riconosciute nell'ambito di una data società. Il peccato, come ogni forma di male, è un allontanamento dalla verità di Dio, la verità è già presente nelle nostre anime, ma per il fatto di essere fragili e insicuri, limitati, soggetti alla paura, gli uomini spesso si allontanano dalla verità per sfida o per sentimento di auto-annientamento. La meccanica del peccato secondo Agostino, la figura che ha svolto l’attività di pensiero più importante su questa tematica, e al quale sarà dedicato ampio spazio in questo lavoro, insegna che l'uomo ha in sé la tendenza ad allontanarsi dal bene per superbia (l'uomo è peccatore perché vuole imitare la potenza di Dio). Mentre per gli antichi il male era frutto di un difetto di conoscenza (si veda Socrate), per Agostino e per la teologia cristiana, il male sarà il frutto di un atto volontario commesso dall'uomo: un capriccio. L'uomo ha perduto la sua innocenza con Adamo, lo stato di precarietà che l'uomo vive dalla cacciata dall'Eden è causa di ogni tendenza all'allontanamento dal bene. Dio è massima perfezione, ma le sue creature non condividono lo stesso stato, l'uomo è ferito, fragile, incompleto. E’ in questa fragilità che la tentazione di sfidare la paura del male abbandonandosi al male stesso genera quell'allontanamento da Dio che è causa di ogni miseria morale. Ma come può l'uomo salvare la propria anima? "Il giusto sarà salvato per la sua fede" scriveva San Paolo nella Epistola ai Romani. Molta parte della Chiesa interpretò e interpreta tuttora questa frase nel senso che l'uomo può salvarsi e raggiungere il Paradiso grazie alle buone opere di cui si può fregiare sulla terra, il Giudizio Universale sarà il momento in cui Dio assegnerà colpe e ricompense, grazia e dannazione, in ragione dell'operato dell'uomo. Tuttavia questa visione porterebbe a un paradosso teologico: se la Salvezza dell'uomo dipendesse dalla possibilità di scegliere le opere di bene, Dio non avrebbe più alcuna possibilità di esercitare la sua potenza sugli uomini, in quanto gli uomini stessi, in ragione delle proprie scelte di vita, sarebbero padroni del proprio destino. Tutto ciò ridurrebbe Dio a semplice certificatore della Salvezza. Rispondendo all'eresia di Pelagio, che predicava la possibilità dell'uomo di salvarsi senza l'aiuto di Dio, di cui tratterò successivamente, essendo il peccato originale una colpa gravante sul solo Adamo, Agostino, personaggio cui dedicherò grande spazio, espone la dottrina della Predestinazione: solo Dio decide in piena autonomia chi salvare o no dalla dannazione, l'uomo non può che avere fede nella Salvezza, sapendo comunque che l'ultima parola sulla non può spettare ad altri che a Dio (la dottrina verrà poi ripresa da Lutero e dal Giansenismo).
Il Peccato secondo la Chiesa Cattolica Romana
La Chiesa Cattolica Romana definisce il peccato in questi termini:
« Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all'amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. »
(Catechismo della Chiesa Cattolica)
Nella Scrittura il verbo greco μαρτάνω (amartáno), usato per "peccare", significa "sbagliare strada", "mancare il bersaglio".
Il Peccato Originale
Secondo la Chiesa cattolica con il peccato originale l'uomo eredita non tanto una "colpa", quanto un'inclinazione verso il male chiamata concupiscenza. Questa inclinazione non costituisce in sé un peccato, ma una debolezza di base dell'essere umano che è la causa dell'agire malvagio degli uomini nella storia dell'umanità. La trasmissione di questa inclinazione è un mistero che non può essere pienamente compreso. Un’interpretazione è che Adamo ed Eva abbiano ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutta la natura umana, ed il peccato commesso abbia alterato la stessa natura umana. Il rimedio a questo stato "decaduto" consiste nella "Storia della salvezza", dagli antichi patriarchi fino alla redenzione.
Può Dio, l'onnipotente, il misericordioso, Colui che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, che lo ha creato "poco meno di un dio (Elohim)" scaricare sull'intera umanità le conseguenze di un "peccato" commesso "simbolicamente" dai nostri progenitori? Dunque Dio, non sazio del firmamento, del mare, dei monti, dei venti, degli animali, tutti incapaci di pensare, crea l'uomo, il suo gioiello, e appena questi si accinge a "pensare", ecco che lo considera un ribelle, uno che vorrebbe usurpare il suo trono....(così viene descritta nella Bibbia la scena nel Paradiso terrestre). È pensabile tutto ciò in Dio, Essere capace solo di amare? O non è forse l'uomo che, creato con la conoscenza e l'arbitrio del bene e del male, "incolpa" Dio stesso di questa sua inclinazione al male trascurando la sua propria tensione nel desiderare il bene? Potrebbe esistere anche un paradosso riguardante il fatto che, come punizione del peccato originale, ci fosse la morte, che quindi dovrebbe essere vista come cosa 'negativa', ma la morte non dovrebbe essere una cosa cattolicamente 'positiva', siccome prevede il ricongiungimento a Dio nel Paradiso?
Il peccato secondo S. Agostino
Per chiarire la meccanica del peccato, ci viene in aiuto un passo contenuto ne Le Confessioni: il celebre furto delle pere, commesso da S. Agostino ancora ragazzo, allorquando, assieme ai suoi compagni di giochi, andò a rubare le pere dei vicini per il solo gusto di commettere una bravata. Agostino nota come il furto sia stato commesso non per necessità, avendo nel proprio giardino frutta migliore di quella del vicino, ma per il semplice gusto di trasgredire la morale e provare l'ebbrezza del peccato. Le pere, per la maggior parte, vennero date in pasto ai porci, solo in piccola parte gustate dai ragazzi, e nemmeno con troppa soddisfazione. S. Agostino, il massimo pensatore cristiano del primo millennio, detto anche Doctor Gratiae (‘Dottore della Grazia’), nell'assumere come sacerdote e vescovo posizione attiva nella vita della Chiesa si trova a dover continuare la lotta contro i manichei e ad affrontare il problema delle relazioni tra le libertà e il peccato. Per Agostino questi tentativi umani di affrontare il buio dell'anima concedendosi ad esso per creare una sorta di abitudine e di assuefazione, sono destinati al fallimento. Il buio non si vince assuefandosi ad esso, il buio si vince avvicinandosi alla luce. In una prima fase, come si é visto, Agostino difende la libertà del volere: la volontà é in nostro potere ed é essa la causa del male. Il peccato, in quanto allontanamento dall'ordine naturale voluto da Dio, é anche un atto di superbia, che presuppone la volontà di essere come Dio. Progressivamente Agostino viene accentuando l'accusa di superbia contro i filosofi, soprattutto stoici, ma anche platonici, che hanno preteso di raggiungere la virtù e la felicità soltanto con le proprie forze. Contro l'ottimismo dei filosofi, che credono nell'onnipotenza della ragione e nelle sue capacità di autodeterminarsi con piena libertà, Agostino si viene via via persuadendo della fragilità umana. La volontà umana non gode di completa libertà. Sull'agire umano esercita grande forza l'abitudine, fondata sul ricordo del piacere, amplificato dalla memoria stessa. In questa vita si può solo sperare di essere felici. Alla superbia dei filosofi pagani Agostino oppone la virtù dell'umiltà. Il peccato originale di Adamo ha contaminato la natura umana, l'uomo pertanto non é in grado di redimersi da sè. Al centro dell'esperienza cristiana si collocano dunque l’incarnazione e la resurrezione di Cristo, da cui dipende la redenzione degli uomini. Il baricentro si sposta nel futuro, nella resurrezione finale: solo allora sarà possibile la piena felicità. Nell'opera di redenzione, la Chiesa svolge una funzione essenziale di mediazione tra l'uomo e Dio, ruolo di fondamentale importanza durante tutto il medioevo, come si può constatare dai diversi fatti accaduti. Agostino diventa dunque consapevole che essa é un'organizzazione per le grandi masse, inclusi i peccatori, e si distingue radicalmente dalle comunità settarie dei donatisti o dei pelagiani. Secondo i donatisti, nessun peccatore può fare parte della Chiesa, che é santa, una comunità di eletti che evita ogni mescolanza con un mondo esterno impuro. Per Agostino invece il problema é diventare santi: occorre dunque convivere con i peccatori, rimproverandoli e correggendoli. Grazie all’acquisizione di questo concetto di Chiesa come comunità universale, Agostino può compiere un salto decisivo rispetto alle dottrine filosofiche tradizionali dell'azione. Per quanto riguarda quest’ultime, ciò che era essenziale per valutare la qualità morale di un'azione era la qualità morale dell'agente: é questa che rende buono un atto. Per Agostino invece determinati atti ecclesiastici, come la somministrazione dei sacramenti (per esempio il battesimo) sono validi indipendentemente dalla condizione morale di chi li compie. E' Cristo che dà efficacia al sacramento, anche se il sacerdote attraverso cui Egli opera é peccatore. La lettura di San Paolo contribuisce ad accentuare agli occhi di Agostino la tensione e il dissidio tra la carne e lo spirito. Egli giunge a una concezione dell'uomo come essere totalmente dipendente da Dio: la salvezza dell'uomo dipende dalla grazia concessa da Dio. Questa convinzione diventa dominante soprattutto nell'ultima fase della vita di Agostino, quando, a partire al 412, egli deve affrontare le dottrine pelagiane: secondo Pelagio l’uomo può raggiungere la salvezza grazie alle sole sue opere , senza l' intervento di Dio. Per Agostino invece appartengono alla Chiesa anche i peccatori: la fede stessa sorge nell'uomo solo per grazia divina. Prima che la grazia sia concessa, la volontà umana non é propriamente libera. In seguito al peccato di Adamo, con il quale e nel quale non un singolo uomo, ma l'intera natura umana ha peccato, l'umanità é diventata una "massa dannata", meritevole di punizione. Per spiegare la trasmissione ereditaria del peccato originale Agostino riprende la dottrina del traducianesimo, secondo cui l'anima é trasmessa di padre in figlio insieme con la generazione del corpo. La dottrina del peccato originale accentua in Agostino il disprezzo per la sessualità: a causa della concupiscenza tutto ciò che viene generato partecipa al peccato originale. Solo Cristo ne é rimasto immune; solo nascendo da una vergine Egli poteva nascere senza peccato. Così come solo Dio nella sua misericordia può salvare l'umanità dannata: col peccato di Adamo, infatti, l'umanità ha perso la libertà del volere, ha soltanto la libertà di fare il male, ma questa non é la vera e propria libertà. L'umanità é uscita radicalmente menomata dal peccato originale: anche dopo aver ricevuto il battesimo, infatti, il cristiano resta un invalido, bisognoso di guarigione. Il Dio di Agostino é dunque un Dio che ha inflitto una pena collettiva per il peccato del primo uomo; questa é la condizione dell'umanità: molti sono i dannati, pochi gli eletti. Per Agostino Dio é onnipotente e quindi nulla accade se Egli non lo provoca o non lo permette. Come é possibile allora che un Dio sapiente, che ha creato l'uomo, voglia che ci siano azioni cattive da parte degli uomini? Su questo interrogativo Agostino si travaglia incessantemente, arrestandosi infine di fronte all’imperscrutabilità del giudizio di Dio. Libertà, secondo Agostino, non significa possibilità di scegliere indifferentemente il bene o il male. Col peccato, infatti, l'uomo ha acquistato la libertà solo nel senso di "non poter non peccare". La libertà di Adamo prima del peccato consisteva nel poter non peccare: vera libertà é invece l'essere liberi dal peccato, non poter peccare. Ma questa non é una prerogativa dell'uomo in quanto uomo, bensì solo di coloro che sono eletti dalla grazia divina. La volontà deve essere salvata per diventare libera dal peccato: libero é appunto colui che é chiamato dalla grazia divina alla vera libertà, consistente nel sottomettersi al bene. La volontà che ha ricevuto la grazia possiede l'amore, la caritas, la quale fa sì che l'anima preferisca ciò che é maggior bene rispetto a ciò che lo é meno. Ma il Sommo Bene é appunto Dio, la vita felice diventa, allora, un dono, che Dio accorda indipendentemente da qualsiasi merito o, comunque, non in base a meriti conosciuti dall'uomo. Se essa dipendesse dalle opere e dai meriti dell'uomo, allora la salvezza non dipenderebbe più da Dio. E' stato detto che in Agostino "Dio assume i tratti dell'arbitro e diventa sempre più simile a un imperatore tardo antico". La dottrina della grazia é strettamente connessa in Agostino alla dottrina della predestinazione: é Dio che stabilisce coloro che si salveranno e coloro che saranno dannati; certo Egli non induce a compiere il male, ma coloro che sono privati della sua misericordia non possono non peccare. Sapere che tutto dipende dalla predestinazione divina non rende tuttavia inutili gli sforzi umani: il singolo, infatti, non é certo della sua salvezza o della sua dannazione. Ciò contribuisce a far assumere un atteggiamento combattivo, interpretando ogni evento come un atto deliberato, da parte di Dio, di misericordia per l'eletto e di condanna per il reprobo.
La Grazia
“Dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia “ (cit.)
In ambito religioso, grazia è la benevolenza che Dio o una divinità manifesta verso la creatura umana, come un sovrano che si volge con favore verso un suddito e gli fa dei doni, non perché sia tenuto a farlo, ma perché così gli piace. Una grazia indica pure un favore particolare concesso da Dio o da una divinità.
La Grazia nel Cattolicesimo
La Grazia è un dono profuso gratuitamente (vocazione) da Dio e infuso nell'anima dell'uomo dallo Spirito Santo, che lo rende partecipe della vita divina; ciò avviene grazie alla remissione dei peccati e attraverso i doni elargiti all'uomo dallo Spirito Santo. Nel Battesimo si riceve la Grazia santificante (o deificante), che diventa l'inizio del rapporto filiale tra Dio e l'uomo. Rapporto filiale nel senso che Dio opera nell'uomo attraverso la grazia solo ed esclusivamente se l'uomo risponde alla chiamata di Dio. Questa è la prima delle grazie sacramentali, che sono i doni elargiti nei differenti sacramenti Nella teologia cattolica, l'espressione stato di grazia (o grazia di Dio, o grazia abituale) indica specificamente la condizione dell'assenza di peccato, o più comunemente la disposizione di un uomo a vivere permanentemente secondo le norme di vita Cristiana. Chi muore in stato di grazia ottiene la salvezza eterna e accede al Paradiso (eventualmente dopo un periodo in Purgatorio). Quando un fedele perda lo stato di grazia, lo può riottenere attraverso il sacramento della Confessione (o più correttamente Riconciliazione), nel quale tutti i peccati commessi vengono perdonati da Dio. Si parla in questo caso di grazie attuali, che sono quegli interventi di Dio all'inizio e alla fine della conversione. Una grazia inoltre può essere materiale, ad esempio la guarigione da una malattia, o spirituale, come la cosiddetta conversione del cuore. Nel Cristianesimo cattolico, i fedeli possono chiedere grazie attraverso la preghiera, sia rivolgendosi direttamente a Dio, sia invocando l'intercessione di un santo (in particolar modo di Maria). Infine ogni uomo è dotato di grazie speciali (o Carismi), doni gratuiti più o meno eclatanti, dalla compassione alla capacità di parlare lingue sconosciute (xenoglossia), come successe il giorno di Pentecoste agli Apostoli.
Antico Testamento
La grazia nell'Antico Testamento non ha un significato teologico preciso. Al posto di "grazia" si trova meglio l'idea di benignità che esprime la costanza della bontà di Dio. Nell'Antico Testamento si usano due parole di base per indicare l'idea della misericordia e del favore di Dio: chesed (ad es. in Lamentazioni 3,22) e, più importante ancora, chen (Genesi 33,8, 33,10, 33,15; Geremia 31,2). Si parla così di persone che hanno trovato grazia davanti a Dio (Noè, Genesi 6,8; Mosè, Esodo 33,127; Davide, 2; Samuele 15,25). Il più grande atto di grazia, però, è quello di aver scelto Israele come Suo popolo ed aver stipulato con esso un'alleanza (Esodo 34,6; Isaia 63,7-9; Salmo 103,8), e di conservarlo tale nonostante le sue trasgressioni. Ecco perché anche il peccatore che si ravvede può fare appello alla sua grazia (Salmo 51,1). Attraverso l'Antico testamento ricorre il pensiero che Dio vuole salvare e non distruggere. La grazia è, così, la volontà di Dio di salvare la creatura umana dalle conseguenze temporali ed eterne del peccato.
Nuovo Testamento
Nel Nuovo Testamento le due parole equivalenti che la indicano sono eleos (es. Romani 9,15-18), e charis (es. 1 Corinzi 1,4). Qui ritroviamo i due significati essenziali di grazia nell'Antico Testamento: favore, gentilezza, bontà; oppure atto o atteggiamento di misericordia di Dio verso la creatura umana.
Come favore in senso generale (Luca 2,52; Atti 2,47; Romani 1,7; 1 Corinzi 1,3; 2 Corinzi 1,2; Galati 1,3; Efesini 1,2; Filippesi 1,2; Colossesi 1,2; 1 Tessalonicesi 1,1; 2 Tessalonicesi 1,2; Filemone 3) unito spesso a "pace" e "misericordia". In alcuni passi indica il successo di qualcosa fatto in nome di Dio (Atti 11,23; 7,10). Il termine grazia ricorre nel suo significato specifico soprattutto nelle epistole. Possiamo descriverlo in alcuni concetti.
La potenza di Dio che si manifesta con generosità verso la creatura umana: è grazia sovrabbondante (2 Corinzi 9,14) che determina la generosità che i credenti, a loro volta, devono manifestare. Per questo l'apostolo Paolo può dire della propria esperienza personale:
« ...per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. » (1 Corinzi 15,10)
È la grazia di Dio che distribuisce alla comunità cristiana doni da usarsi nel servizio di Dio e degli altri (Efesini 3,7). L'apostolo Pietro afferma:
« Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il carisma che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. » (1 Pietro 4,10)
Grazia e salvezza.
Nell'Antico Testamento la grazia di Dio aveva come presupposto l'alleanza fra Dio e il popolo eletto (espresso nella legge del Sinai). Nel Nuovo Testamento, di conseguenza, la grazia esprime un'alleanza fra Dio e la creatura umana nell'opera compiuta da Cristo. Sorge così la nuova espressione "la grazia del nostro Signore Gesù Cristo". Non è chiaro quanto questa espressione comporti una concezione giuridica precisa. È certo, però, come essa indichi la presenza benefica e l'opera del Cristo (Cfr. Romani; 16,20-24; Corinzi 16,23; 2 Corinzi 13,13; Filippesi 4,23; 1 Tessalonicesi 5,28; Apocalisse 22,21). L'amore e l'iniziativa divina raggiungono la sua manifestazione più grande nella Persona e nell'opera di Gesù Cristo (2 Corinzi 8,9; Filippesi 2,6 ss). Nel sinodo di Gerusalemme Pietro afferma:
« Noi crediamo che siamo salvati mediante la grazia del Signore Gesù. » (Atti 15,11)
La grazia della salvezza ci è stata accordata per merito dell'opera che Gesù Cristo ha compiuto a nostro favore (2 Timoteo 1,9; 2,1). Il prologo del vangelo secondo Giovanni fa una simile affermazione:
« E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. (...) Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia"». Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo » (Giovanni 1,14-17).
La grazia e la fede
In Atti 18,27 si afferma che la fede in Cristo è uno degli effetti della grazia di Dio, un Suo dono. Nell'epistola ai Romani il binomio grazia-fede viene affermato contro il legalismo israelita. Grazia è l'intervento gratuito di Dio, non ha altra ragione che l'amore di Dio:
« ...ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù » (Romani 3,24)
« Perciò l'eredità è per fede, affinché sia per grazia » (Romani 4,16)
La fede introduce la creatura umana nella grazia di Dio:
« ...mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio » (Romani 5,26)
Non è più un rapporto che dipende dall'osservanza della legge di Dio (Romani 6,14; 11,6) ma si basa sulla fiducia riposta nell'opera compiuta da Cristo.
La grazia e il peccato
La grazia indica un perdono che rigenera spiritualmente la creatura umana che ad essa si affida. Il contrario del peccato non è la virtù ma la grazia. È la grazia che risana la malattia mortale di cui è affetta la creatura umana:
« La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata (...) Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? » (Romani 5,20; 6,1)
Dimenticare che questo dipende dall'opera di Cristo e pretendere che essa dipenda dalla nostra ubbidienza significa scadere dalla grazia:
« Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. » (Galati 5,4)
Lo scopo della grazia è formare la creatura umana affinché si comporti secondo giustizia:
« ...affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore » (Romani 5,21)
La grazia e l'elezione
La grazia è collegata a un preciso piano di Dio secondo il quale è Lui a suscitare i credenti. Si tratta di un mistero che va altre alla ragione umana. L'inizio della fede come pure la sua continuità dipende da questo piano:
« ... Così anche al presente, c'è un residuo eletto per grazia » (Romani 11,5)
L'elezione, o predestinazione è connessa con una vocazione viva e continuamente incarnata. Si può "crescere nella grazia" (2 Pietro 3,18) e diventare coeredi della grazia della vita eterna.
Il pensiero di S. Tommaso
L'opera di Tommaso è fondamentale per la filosofia e la teologia del Medioevo; se l'agostinismo aveva dominato nel primo periodo della scolastica, nei secoli XIII e XIV la soluzione offerta da Tommaso ("il Dottore Angelico") sul problema del rapporto tra fede e ragione innovò, pur senza rovesciarla, la soluzione tradizionale, nel senso di una maggiore importanza attribuita alla ragione.
Il Santo, sostenendo che la ragione giova alla fede, riconosce l'esistenza di un livello naturale come fornito di un significato per sé stante, intelligibile per la ragione, indipendentemente da ogni presupposto religioso (E. P. Lamanna). Ciò però significa più una distinzione che una separazione: la ragione e la natura trovano il loro pieno compimento nella fede e nella grazia (secondo il celebre adagio tomista: "gratia naturam perficit"). In effetti Tommaso respinse la teoria averroistica della doppia verità: per lui la verità è una. Alcune verità come l'esistenza di Dio, infinitamente Perfetto, la spiritualità e l'immortalità dell'anima sono verità razionali e verità di fede ad un tempo; perciò Tommaso affida alla teologia naturale il compito di dimostrare filosoficamente le verità di ragione, che rappresentano i presupposti della fede (preambula fidei).
Questo nuovo spazio dato alla ragione significava in concreto accogliere la filosofia di Aristotele, che in quel tempo era comparsa sulla scena della cultura occidentale come un dato nuovo, per certi aspetti (la tesi dell’eternità del mondo, l’ambiguità sull’immortalità dell'anima, la negazione della Provvidenza) inquietante, a differenza del platonismo, che per secoli era stato il fedele alleato della teologia (pur essendo esso stesso reso compatibile col Cristianesimo solo mediante una consistente riplasmazione). Tommaso, utilizza categorie aristoteliche, come potenza ed atto, materia e forma, sostanza e accidenti, intelletto attivo e passivo, ripensandole in modo originale in una sintesi che può dirsi senz'altro cristiana.
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mercoledì 10 giugno 2009
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