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La struttura dell'Aldilà
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Inferno, Purgatorio, Paradiso e Limbo nella tradizione cattolica, con accenni alle altre confessioni cristiane. Relazione a cura degli allievi e del docente, preparata nell'ambito dell'Insegnamento della Religione Cattolica.
Chi volesse scaricare la relazione in forma di presentazione (ppt), clicchi qui.
INFERNO
Nella teologia cristiana
La dottrina cristiana sul tema infernale riprende quella ebraica e più in genere le figure tipiche delle religioni del Mediterraneo. L'Inferno è un luogo sotterraneo, immerso nelle fiamme e nelle tenebre, da cui i dannati possono vedere i santi, i beati e i penitenti che riposano nella beatitudine del Paradiso o nella santa attesa del Purgatorio, e non possono ottenere sollievo alcuno, privi d'ogni speranza. Nello specifico, Gesù ha descritto molto chiaramente il concetto di "Inferno" in varie parabole e discorsi, tra cui ricordiamo, dal Vangelo di Matteo e di Marco:
« "Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei Cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti." »
(Mt, 8,11-12)
« "Il Figlio dell'uomo manderà i Suoi angeli, i quali raccoglieranno dal Suo Regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità, e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti." »
(Mt, 13,41-42)
« "Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile." »
(Mc, 9,43)
ed ancora
« "Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nella vita orbo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue." »
(Mc, 9,47-48)
Ci sono molte altri riferimenti, anche in Luca e in Giovanni, alla Geenna, che era una valle dove venivano costantemente e definitivamente bruciati rifiuti ed immondizia, e dunque Gesù la usa come metafora per spiegare l'atrocità del dolore infernale, quale dolore di fiamma. Inotre, Egli ripete spesso la formula "dove sarà pianto e stridore di denti", che dà una tremenda idea della sofferenza e della disperazione dell'Inferno.
Va comunque precisato che il termine "inferno" non è mai citato nella Bibbia.
Per i teologi della filosofia Scolastica, l'Inferno è semplicemente la lontananza da Dio, la privazione della Sua luce divina, e proprio in questo consiste in realtà la pena infernale, al di là dell'immaginario poetico. Infatti, l'anima ha naturale e ardente desiderio di Dio, cioè dell'Infinito, della Verità, della Bellezza e dell'Amore Assoluto; dunque, la privazione "in eternuum" di tale supremo obiettivo del desiderio umano, condanna l'anima alla propria perenne sofferenza . La vicinanza, essere in Dio, da Dio e per Dio, è per l'anima, sul piano oggettivo, la realizzazione della propria essenza originaria, e, su quello soggettivo, la propria felicità; in realtà, questi due "piani", in Dio si sovrappongono, diventando un unico, sommo "piano". Non è Dio a dannare l'anima, dunque, ma è l'anima che si condanna durante la vita, rifiutando stoltamente la Via della salvezza costruita e fondata sul sangue di Cristo. Nella dimensione metafisica dell'eterno, oltre il tempo, non è possibile alcun cambiamento/movimento, e quindi Dio non può salvare le anime dannate, per le quali comunque soffre, in quanto Padre di tutti gli uomini.
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica
1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: “Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1Gv 3,15).
Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”.
1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, “il fuoco eterno” (Sinodo di Costantinopoli, 274). La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.
1037 Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; (Concilio di Trento, 1567) questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole “che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9): Accetta con benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti [Messale Romano, Canone Romano
L'"Inferno" di Dante
L’ "Inferno" di Dante è l'espressione di tutta la dottrina teologica e filosofica del Cristianesimo riguardo il luogo di soggiorno degli ingiusti. Dante descrive e narra la "storia" metafisica dell'Inferno: esso è un enorme e profondissimo abisso, scavato da Lucifero nella sua caduta dal Cielo, e si troverebbe nel sottosuolo dell'emisfero delle terre emerse. L'Inferno è diviso, secondo Dante, in 9 "cerchi", cioè 9 cornici nei quali vengono scontati diversi peccati. Prima di tali cerchi, c'è l'Antinferno, cioè il luogo dove vengono puniti gli ignavi, ovvero le anime di coloro che in vita non si distinsero né per il bene, né per il male, e dunque nemmeno l'Inferno le vuole accettare, tanto furono mediocri ed inutili; il I cerchio, invece, è il Limbo, ovvero il luogo dove risiedono le anime dei bambini non battezzati, le anime di tutti i grandi poeti antichi e pagani (tra cui Omero, Ovidio, Orazio, Lucano e anche Virgilio, la guida di Dante) e gli "spiriti magni", ovvero le anime degli uomini virtuosi che però non credettero in Cristo, o perché vissero prima di Lui, o perché ebbero altra confessione religiosa (tra queste anime vi sono Giulio Cesare, Socrate, Platone, Aristotele e il Saladino). Queste anime, per le loro virtù, sono privilegiate, ed esentate dalla pena infernale, sebbene desiderino sempre Dio e non possano mai vederlo. Altri 4 Cerchi rappresentano i peccati mortali, ovvero, dal meno grave: lussuria, gola, avarizia (e, insieme, prodigalità), accidia, ira, invidia e superbia (questi ultimi 4 sono puniti in un unico Cerchio).
L'"Inferno" di Dante propone, tematicamente, tutta la dottrina teologica e filosofica cristiana, ovvero la dannazione per propria colpa, e non per castigo divino, l'eternità e l'immutabilità delle pene, poiché Dio non può contraddire la propria Giustizia (cioè Sé stesso) ed infine la necessità di tali pene eterne: un'anima fuor dalla Grazia di Dio, infatti, non potrebbe stare al Suo cospetto senza soffire immensamente per la propria mostruosità, né potrebbe essere totalmente annichilita, poiché "renderla nulla" le costerebbe un dolore ancor peggiore. L'Inferno, inoltre, come il Purgatorio e il Paradiso, vengono presentati anche come dimensioni attuali e percepibili (seppur invisibili) nell'uomo vivente stesso: il dannato, dunque, è colui che si esclude da solo dalla vera felicità, che risiede solo in Dio, e dunque nell'eternità
PURGATORIO
Nella teologia cattolica
Il Purgatorio è un elemento importante della dottrina escatologica della Chiesa cattolica. La sua fondatezza teologica è però rigettata dalla maggior parte delle altre confessioni cristiane.
Nella dottrina cattolica, il purgatorio è una dolorosa ma necessaria condizione di purificazione, attraverso la quale passano quelle anime dei defunti che, pur essendo nella Grazia di Dio in punto di morte, non sono pienamente purificate. Esse soffrono per ripagare la Giustizia divina infranta e, quindi, per ascendere al Paradiso e "vedere il volto di Dio".
Il Purgatorio non è inteso, dalla dottrina cattolica, come una crudele punizione divina: al contrario, esso sarebbe frutto dell'infinito amore di Dio. Infatti, nella teologia cattolica, un'anima imperfetta non potrebbe stare al cospetto di Dio senza soffrire immensamente per la propria miseria, perciò il Purgatorio è una sfera necessaria alla beatitudine delle anime peccatrici, seppur presenti nella Grazia.
Riscontri nell’A.T.: La dottrina della Chiesa si basa anzitutto sulla dottrina dell'immortalità dell'anima e della resurrezione dei corpi, entrambe attestate da molti passi biblici, e dunque, secondo i cattolici, materia di fede.
In maniera più diretta, tuttavia, l'unica attestazione biblica si trova nel Secondo libro dei Maccabei. Questo testo rientra tra i libri deuterocanonici dell'Antico Testamento e, per questo motivo, i Protestanti e gli Ebrei lo considerano apocrifo, quindi non ispirato da Dio. In tale libro appare, oltre alla fede nella risurrezione, la certezza che l'offerta di un sacrificio possa servire davanti a Dio per l'espiazione di un peccato. La morte di alcuni soldati è posta in relazione con il fatto che essi si erano impossessati di statuette di idoli appartenenti ai Greci. Per questo tutti
« ricorsero alla preghiera, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. » (2 Maccabei 12,42)
E poi continua:
« Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato. » (2 Maccabei 12,44-45)
Riscontri nel N.T.: Spesso la dottrina del Purgatorio viene giustificata anche con queste parole dell'apostolo Paolo:
« Nessuno infatti, può porre altro fondamento che quello che è stato posto, cioè Gesù Cristo. Ora, se uno costruisce sopra questo fondamento con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno si renderà manifesta; infatti, il giorno la renderà manifesta, perché si rivelerà nel fuoco e il fuoco proverà quel che vale l'opera di ciascuno. Se l'opera di qualcuno che ha costruito sopra rimarrà, egli ne riceverà ricompensa; se l'opera di qualcuno invece sarà consumata dal fuoco, ne avrà danno, però si salverà, ma come attraverso il fuoco » (1 Corinzi 3,11-15)
L'evoluzione del dogma: La Chiesa Cattolica, attraverso la sua intercessione per i defunti, manifesta sin dalle origini la sua fede nel Purgatorio, come riscontrabile da vari testi patristici. Ad esempio, nel Pastore di Erma, un testo del II secolo, vi sono chiari ed espliciti riferimenti ad uno stato, successivo alla morte terrena, in cui è necessario purificarsi prima dell'ingresso in Paradiso.
Come sostenuto dallo storico Jacques Le Goff, ne "La nascita del Purgatorio", tale dottrina si afferma piuttosto tardi nella Chiesa Cattolica, inizialmente come fuoco purgatorio, e solo successivamente strutturandosi nel paradigma dantesco man a mano che lo sviluppo dei commerci e i miglioramenti economici rendevano necessario integrare nella comunita anche quei "peccatori di mestiere", come banchieri o mercanti, dai quali in definitiva ne dipendeva la prosperita.
In modo più specifico, la dottrina del Purgatorio venne definita dal secondo Concilio di Lione del 1274, da quello di Firenze del 1438 e infine ribadita nel Concilio di Trento, nel 1563.
La dottrina afferma che coloro che muoiono nella Grazia di Dio, senza però essersi completamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gloria del Cielo (cioè il Paradiso). Tale purificazione consiste nelle medesime, dolorose pene infernali, con la differenza che le pene del Purgatorio hanno un termine (al contrario di quelle infernali, che sono eterne), e inoltre sono stemperate dalla luce della Speranza Divina che scende dal Paradiso. Per questo, le anime del Purgatorio sono in perenne e continua preghiera, che li aiuta a sostenere la pena della purificazione.
La Chiesa chiama Purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che, dunque, è tutt'altra cosa dalla pena eterna dei dannati (cioè l'Inferno), che morirono da peccatori (come le anime del Purgatorio) e anche fuori della Grazia divina.
In suffragio dei defunti la Chiesa raccomanda ai viventi la preghiera, la celebrazione di Sante Messe per i defunti e la pratica delle indulgenze. Infatti, la dottrina cattolica afferma che tali preghiere dei vivi in favore dei morti muovono la misericordia di Dio, ripagando dunque la Giustizia e diminuendo cosi il tempo di permanenza delle anime nel Purgatorio.
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica
1030 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.
1031 La Chiesa chiama Purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al Purgatorio soprattutto nei Concilii di Firenze. La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, (1Cor 3,15; 1Pt 1,7) parla di un fuoco purificatore: Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c'è, prima del Giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,31). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro [San Gregorio Magno, Dialoghi].
1032 Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: “Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (2Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, (Concilio di Lione II, 856) affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:
Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, (Gb 1,5 ) perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere [San Giovanni Crisostomo, Homiliae in primam ad Corinthios]. »
La posizione della Chiesa ortodossa
Durante il concilio di Firenze, in risposta al passo biblico 1Cor 3,11-15 succitato che i vescovi delle chiese occidentali adducevano a sostegno della esistenza del Purgatorio, gli esponenti ortodossi obiettarono:
« "L'Apostolo divide tutto ciò che è costruito sul fondamento proposto (Gesù Cristo) in due parti, ma non suggerisce mai una terza parte come fosse una fase intermedia. [..] La vostra dottrina avrebbe forse qualche fondamento se (l'Apostolo) dividesse le azioni cattive in due generi: un genere purificabile da Dio e l'altro degno della punizione eterna. Ma egli non ha fatto tale divisione. [..] Attribuendo al fuoco il potere di distruggere tutte le azioni cattive, ma non chi le fa è evidente che san Paolo non parla del fuoco del purgatorio, che, come pare dalla vostra opinione, non concerne tutte le azioni cattive, ma solo i piccoli peccati. »
Pertanto la Chiesa Ortodossa non accetta la esistenza del Purgatorio, però tradizionalmente prega per i morti, chiedendo a Dio che mostri loro la sua misericordia ed il suo amore.
La posizione delle Chiese protestanti
Le Chiese protestanti generalmente rifiutano del tutto la dottrina del Purgatorio perché una delle attestazioni bibliche su cui essa si fonda si trova nel Secondo libro dei Maccabei. Questo testo rientra tra i libri deuterocanonici dell'Antico Testamento e, per questo motivo, i Protestanti e gli Ebrei lo considerano apocrifo, quindi non ispirato da Dio.
La Discussione del dottor Martin Lutero sul potere e l'efficacia delle indulgenze, meglio nota come 95 tesi di Lutero, sfidò gli insegnamenti della Chiesa cattolica sulla natura della penitenza, e l'utilità delle indulgenze. Esse accesero un dibattito teologico che terminò con la nascita del Luteranesimo, la Riforma protestante e gli anabattisti. L'azione di Lutero fu in gran parte una denuncia della vendita delle indulgenze che avveniva all'epoca.
Il Purgatorio di Dante
Dante descrive così la struttura del Purgatorio: esso è un monte, costituito della materia che Lucifero ha innalzato nella sua caduta, scavando l'abisso dell'Inferno; inoltre, è circondato dal mare, e si troverebbe nell'emisfero antartico del mondo. Sulla cima del Monte Sacro si trova l'Eden, cioè il Paradiso Terrestre, dove vivono nella piena Grazia di Dio gli spiriti dei Santi e dei Beati. Il monte è formato da sette "gironi", ovvero sette sfere metafisiche ove vengono divise le anime secondo i loro peccati, e queste "cornici" sono precedute dall'Antipurgatorio, dove si trovano le anime di coloro che si pentirono solo in fin di vita, le anime dei negligenti e degli scomunicati, che devono scontare un determinato periodo prima di poter entrare nel Purgatorio vero e proprio. Dopo un rito di purificazione, alla fine del quale i peccati vengono perdonati, un angelo "portiere" apre, con le chiavi di San Pietro, la porta del Purgatorio, e allora le anime si accingono a ripagare l'ingiustizia dei loro peccati; infatti, il perdono non esclude la riparazione al peccato, ma la precede solamente. Dante considera il Purgatorio come il luogo dove si scontano non tanto i peccati realmente commessi (come all'Inferno), quanto invece la tendenza a tali peccati. La purificazione, per le anime, è dunque una vera e propria lotta contro sé stessi ispirata dall'amore per Dio, più che una semplice pena.
Nel Purgatorio Dante descrive la successione del giorno e della notte, al contrario dell'Inferno e del Paradiso, dove vi è, rispettivamente, eterna tenebra ed eterna luce; infatti, il Purgatorio è l'unico regno metafisico temporale, in quanto sparirà quando l'ultimo uomo ne sarà uscito (dopo il Giudizio Universale); per questo, è il regno più simile al mondo fisico (cioè la Terra).
PARADISO
Nella teologia cattolica
La parola paradiso nel contesto religioso comune si riferisce alla vita eterna beata dei defunti che godono della visione del volto di Dio. Il termine deriva dal sanscrito paradesha o "paese supremo", più tardi occidentalizzato in pairidaeza (iranico) che è un composto di pairi- (attorno) e -diz (creare), paràdeisos (greco), "pardes" (ebraico), "partez" (armeno) (giardino) e paradisus (latino), da cui derivò in italiano paradiso.
Fonti come Senofonte usavano questo termine per indicare il famoso giardino "paradiso" imperiale persiano, simbolo visibile della capacità ordinatrice (cosmetica) del sovrano, contrapposta al resto del mondo (caotico) che sfuggiva al suo dominio. Le tre principali derivazioni occidentali del termine (ebraico pardès, persiano pairidaēza e greco paràdeisos), contengono la stessa idea fondamentale di un parco o giardino.
L'accezione attuale di "paradiso", che oggi è inteso come "i Cieli" o comunque luogo di piacere finale, deriva dal significato della parola greca paràdeisos usata nella Bibbia dei Settanta per indicare il giardino dell'Eden.
È un termine usato prevalentemente nella tradizione cristiana, ma non è esclusivo del cristianesimo.
La certezza della vita eterna beata si è manifestata solo negli ultimi libri dell'Antico Testamento. Precedentemente si considerava che i morti scendessero al "regno dei morti" o sheol, "luogo delle ombre", senza gioie.
Nei libri dei Maccabei, libri deuterocanonici non inclusi nel canone ebraico, si esprime la certezza della risurrezione dei morti e della vita eterna. La retribuzione sarà secondo le opere di ciascuno.
Gesù ha presupposto molto chiaramente questo insegnamento in varie parabole e discorsi:
• Nel giudizio universale (Matteo 25,31-46).
• Al "buon ladrone" (espressione meglio tradotta come "delinquente pentito") Gesù promette il regno usando questa stessa parola: "In verità ti dico: oggi sarai con me nel Paradiso" (Luca 23,39-43).
Il termine appare anche in 2Cor 12,4: L'apostolo Paolo afferma di essere stato rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare.
Apocalisse 2,7 usa la parola in un riferimento all'Eden, che chiama Paradiso: Al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica
1023 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” (1Gv 3,2), faccia a faccia: [Cf 1Cor 13,12; Ap 22,4 ] Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo. . . e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c'era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate. . ., anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale - e questo dopo l'Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo - sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l'essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura [ Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz. -Schönm., 1000; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].
1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.
1025 Vivere in cielo è “essere con Cristo” [Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1Ts 4,17 ]. Gli eletti vivono “in lui”, ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: [Cf Ap 2,17 ] Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi regnum - La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c'è Cristo, là c'è la vita, là c'è il Regno [Sant'Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, 10, 121: PL 15, 1834A].
1026 Con la sua morte e la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha “aperto” il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della Redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.
1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1Cor 2,9).
1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell'uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa la “la visione beatifica”: Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l'onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, . . . godere nel Regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell'immortalità raggiunta [San Cipriano di Cartagine, Epistulae, 56, 10, 1: PL 4, 357B
1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all'intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui “regneranno nei secoli dei secoli” (Ap 22,5)
LIMBO
E’ verità di fede che “le anime di coloro che muoiono in peccato mortale o anche solo in peccato originale vanno agli inferi, ove però avranno pene diverse”. Il dogma si fonda sulle parole di Cristo: “Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5).
Quindi si battezzano i bambini affinché in caso di morte prematura possano ottenere la salvezza eterna e godere la comunione con Dio, preclusa dalla macchia del peccato di origine, che col battesimo viene rimossa. Benedetto XVI lo ricorda ai genitori di alcuni battezzandi: “Che cosa succede nel battesimo? Che cosa ci si aspetta dal battesimo? Voi avete dato una risposta sulla soglia di questa Cappella: aspettiamo per i nostri bambini la vita eterna. Questo è lo scopo del battesimo”.
Qui sorge il problema: se questo sacramento è necessario per non andare agli inferi, cioè per non essere separati eternamente da Dio, come recita il dogma, tuttavia è difficile credere che i bambini che non l’hanno ricevuto (vittime di aborto, sperimentazioni embrionali o morte prematura) possano essere puniti con l’Inferno. Allora dove vanno le loro anime innocenti, macchiate solo dal peccato originale, ma non da colpe personali?
Per risolvere con misericordia il dilemma teologico è nata l’ipotesi del Limbo, proposta dal teologo Pietro Lombardo nel XII secolo. Si tratterebbe di un luogo ai bordi del Paradiso (dal latino limbus, lembo, orlo), in cui hanno trovato posto anche i santi patriarchi, i giusti e i profeti di Israele vissuti prima di Cristo. Essi infatti non hanno cancellato il debito del peccato originale con il battesimo, per cui non potrebbero accedere alla visione di Dio. Ma neppure hanno commesso colpe tali da meritare l’Inferno. L’ipotesi teologica di Lombardo, pur senza fondamento dogmatico, ha influenzato i secoli. E’ piaciuta a Dante, a san Tommaso d’Aquino, a san Pio X, che nel suo Catechismo del 1904 afferma: “I bambini morti senza battesimo vanno al Limbo, dove non godono Dio, ma nemmeno soffrono; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il Paradiso, ma neppure l’Inferno e il Purgatorio”.
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 la teoria del limbo non viene menzionata, ed è invece insegnato che, quanto ai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito specifico dei funerali per loro.
Il Limbo di Dante
Dante coglieva con esattezza, innanzitutto, che la salvezza aveva come principio e causa la venuta del Cristo e la sua morte e resurrezione per i nostri peccati.
Cristo non solo è la causa della salvezza che nessuna opera umana potrebbe da sé sola conseguire, ma, molto più, è la comunione nella quale consiste precisamente la salvezza! La vita eterna non è mero prolungamento di questa vita, non è sopravvivenza del corpo e dell’anima, ma è comunione con Dio stesso in Cristo. Uscire dal limbo vuol dire, precisamente, giungere alla visione beatifica della Trinità.
Alla domanda che Dante rivolge a Virgilio se mai alcuno sia uscito dal limbo, il maestro risponde raccontando la discesa agli inferi del Cristo, il sabato santo (Inferno, IV, vv.52-63). Nessuno di coloro che Dante qui cita era stato battezzato, pure erano stati salvati dal Cristo. La fede sa, infatti, da subito che la salvezza è più ampia del battesimo, perché comprende i giusti dell’Antico Testamento, perché abbraccia il popolo dell’alleanza prima della venuta di Cristo.
Nel limbo dantesco non c’è sofferenza fisica, non c’è tormento che sia imposto, ma
sol di tanto offesi,
che sanza speme vivemo in disio (Inferno, Canto IV, vv.41-42).
La grande pena che Virgilio deve portare è quella che il suo desiderio di vedere Dio non abbia speranza di essere esaudito. Qui Dante esprime in maniera straordinaria, sia pure in negativo, cosa sia la condizione paradisiaca, cioè la salvezza stessa: vedere Dio, essendone amati, amare la Trinità. L’Inferno non è un luogo, ma è la condizione dell’essere senza Dio. Il Paradiso non è un posto geograficamente raggiungibile, ma è la vita dinanzi a Dio stesso.
La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo
(documento della commissione teologica internazionale)
Il documento afferma che anche “la sacramentalità della Chiesa in ordine alla salvezza” è elemento costitutivo nel chiarificare la posizione della chiesa cattolica sul limbo. Essere fuori dal limbo – e dall’inferno - vuol dire precisamente partecipare nonostante tutto alla comunione ecclesiale, far parte di quel corpo di cui Cristo è il capo e che è destinato alla salvezza.
Il Documento si trova così nella stessa linea della tradizione cristiana, testimoniata da Dante, che guarda, a partire dalle Scritture, al cuore della questione della vita eterna: “Questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv17, 3).
Il nuovo passo che, invece, ci fa fare la Commissione teologica consiste nell’indicarci la speranza che “Dio salverà questi bambini (non battezzati), poiché non si è potuto fare ciò che si sarebbe desiderato fare per loro, cioè battezzarli nella fede della Chiesa e inserirli visibilmente nel Corpo di Cristo”.
Se Dante non poteva che piangere di pietà dinanzi a Virgilio a cui era interdetta la visione della Trinità, poiché l’amava, il testo, approvato da Benedetto XVI, ci invita a vivere questo amore come speranza che il desiderio di donare il battesimo produca effetti anche laddove non sia stato possibile celebrarlo.
Affermava già nel 1985 l’allora cardinale Joseph Ratzinger “Il limbo non è mai stata verità definita di fede. Personalmente – parlando più che mai come teologo e non come Prefetto della Congregazione – lascerei cadere questa che è sempre stata soltanto un’ipotesi teologica. Si trattava di una tesi secondaria a servizio di una verità che è assolutamente primaria per la fede: l’importanza del battesimo. Per dirla con le parole stesse di Gesù a Nicodemo: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5). Si lasci pure cadere il concetto di “limbo”, se è necessario (del resto, gli stessi teologi che lo sostenevano affermavano al contempo che i genitori potevano evitarlo al figlio con il desiderio del suo battesimo e la preghiera); ma non si lasci cadere la preoccupazione che lo sosteneva. Il battesimo non è mai stato, non è né mai sarà cosa accessoria per la fede”.
Il Documento annuncia, infine, il Dio d’amore, la Trinità che è carità e che vuole la salvezza di tutti gli esseri umani, come il motivo ultimo di tutta la speranza della chiesa e, quindi, anche della speranza per i bambini non battezzati.
“La conclusione dello studio è che vi sono ragioni teologiche e liturgiche per motivare la speranza che i bambini morti senza Battesimo possano essere salvati e introdotti nella beatitudine eterna, sebbene su questo problema non ci sia un insegnamento esplicito della Rivelazione”. Il documento ci invita così a considerare come la sola Scriptura non sia in grado di sciogliere alcuni nodi che, solo nel cammino della tradizione, ricevono via via chiarificazione, per opera dello Spirito: “Infine un’osservazione di carattere metodologico. La trattazione di questo tema ben si giustifica all’interno di quello sviluppo della storia dell’intelligenza della fede, di cui parla la Dei Verbum (n. 8), e i cui fattori sono la riflessione e lo studio dei credenti, l’esperienza delle cose spirituali e la predicazione del Magistero. Quando nella storia del pensiero cristiano si è cominciato a percepire la domanda sulla sorte dei bambini morti senza Battesimo, forse non si conosceva esattamente la natura e tutta la portata dottrinale implicita in questa domanda. Soltanto nello sviluppo storico e teologico avvenuto nel corso dei secoli e fino al Concilio Vaticano II, ci si è resi conto che tale specifica domanda meritava di essere considerata in un orizzonte sempre più ampio.
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mercoledì 10 giugno 2009
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